La conversione ambientale del petrolchimico può attendere

Da almeno 5 anni è chiaro a tutti che la scelta dell’Europa di rinunciare al petrolio e puntare sulle rinnovabili potrebbe determinare la fine del modello industriale che ha contraddistinto l’industria nel nostro territorio per oltre 75 anni.

La rinuncia al petrolio e ai suoi derivati significherebbe porre fine dell’industria basata sulla raffinazione che, a Siracusa, rappresenta il 70% del patrimonio impiantistico, produttivo ed occupazionale.

L’altro 30% era rappresentato dalla chimica, ma l’Eni ha deciso di chiuderla e sta già smantellando il cracking dell’etilene.

Se da una parte si chiude la pagina dell’industria pesante chimica e petrolifera che tanti guasti ha provocato e continua ancora a causare al territorio, alle sue risorse, alle componenti ambientali e alla salute delle popolazioni del polo, dall’altra parte rimane aperta e irrisolta la questione di una reale riconversione / rivoluzione in senso ecologico di queste fabbriche verso produzioni e prodotti tecnologicamente avanzati, sostenibili, di qualità e, soprattutto, l’assenza di quelle premesse indispensabili per assicurare innovazione tecnologica, alta formazione, lavoro pulito e sicuro per l’attuale forza lavoro e per quella che verrà.

Sono risposte che dovrebbe dare il governo con un Piano Industriale degno di questo nome che ponga la decarbonizzazione, la ricerca di nuovi processi e prodotti, la promozione delle rinnovabili a zero impatto e l’economia circolare come obiettivi strategici da raggiungere entro tempi ragionevoli. A ciò occorre affiancare fondi, norme, strumenti e azioni tali per attuare e far attuare dai responsabili delle contaminazioni gli interventi di bonifica per restituire sicurezza e salute alle popolazioni.

Va da sé che nessuna risposta è finora giunta dal governo nonostante tre anni fa abbia esercitato la golden power per la vendita della raffineria Isab di Lukoil (ex ERG/ENI) alla GOI Energy. Paradossale che il governo tra le condizioni per la vendita abbia posto quella di servirsi di Trafigura (con il quale GOI ha un contratto in esclusiva) così di fatto facendosi tutore di questo trader tanto discusso. A tre anni di distanza la raffineria è passata ancora una volta di mano: da GOI Energy a Ludoil, azienda italiana molto attiva nel settore fornitura carburanti con distributori stradali, per aerei (deposito a Fiumicino) e bunker per le navi (un deposito contestato a Vibo Marina). Il proprietario, Donato Ammaturo, ha acquisito la proprietà dello storico settimanale L’Espresso.

Il testo del decreto del governo

assicurare la fornitura ininterrotta di petrolio greggio a ISAB S.r.l., e, a tal fine, adoperarsi affinché nelle clausole del contratto di fornitura e acquisto sottoscritto da ISAB S.r.l. – come identificato e definito nei termini nella risposta alle richieste di informazioni trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei ministri in data 2 marzo 2023 – con la società Trafigura PTE Ltd., siano inserite le seguenti condizioni:

1) una durata di 10 anni e il diritto di Trafigura PTE Ltd di recedere dall’accordo a partire dal settimo anno, con un preavviso di almeno 2 anni; 2) la possibilità per ISAB S.r.l. di acquistare i prodotti indicati nel suddetto accordo anche da fornitori diversi da Trafigura PTE Ltd nel caso in cui quest’ultima non sia in grado, per qualsiasi ragione, di soddisfare gli ordini inoltrati da ISAB S.r.l., con tempistiche compatibili con le attività di raffinazione svolte presso i siti di raffinazione gestiti dalla stessa ISAB S.r.l.;

In realtà il piano industriale lo fanno le multinazionali. Eni chiude il cracking dell’etilene (circa 800mila t/a di etlene e propilene) per impiantare con Q8 una bioraffineria (500mila t/a di biocarburanti) e un impiantino Hoop (32mila t/a di olio da pirolisi tratto da plastiche non riciclabili). Il contratto per la costruzione è stato firmato qualche settimana fa con Saipem. L’olio da pirolisi peraltro non verrà utilizzato né a Priolo né in altri impianti italiani ma è destinato al cracking del polo industriale di Dunkerque, nella Francia settentrionale.

Nel frattempo, nonostante la crisi dello stretto di Hormuz, o forse grazie ad essa oltre che alle azioni di Trump, il petrolio grezzo arriva ancor in maggiore quantità di prima alle raffinerie Isab nord e sud e alla Sonatrach (ex Esso) che stanno lavorando a pieno regime. Quasi a rinnegare le dichiarazioni di principio e l’impegno ad uscire dal fossile, nel mese di marzo sono arrivate qui circa un milione e settecentomila tonnellate di petrolio, oltre il 40% in più rispetto al passato. Da questo raffinare a pieno regime è facile prevedere le ricadute negative sull’ambiente. Qui il petrolio arriva dal Mar Nero (Novorossiysk Russia), Turchia, Egitto, Libia e adesso anche da Venezuela e USA.

Molto concreta appare invece la riconversione del settore metalmeccanico dalla costruzione e manutenzioni di impianti petrolchimici alla realizzazione delle grandi torri eoliche da installare offshore nel canale di Sicilia (progetto Renexia). Un lavoro che occuperebbe per tanti anni migliaia di lavoratori a terra oltre a quelli a mare a bordo dei rimorchiatori addetti alla collocazione e assistenza degli aerogeneratori.

Il porto di Augusta è stato individuato come una delle 2 basi (l’altra è Taranto) dove assemblare le torri e sono stati stanziati i primi 50milioni di euro per attrezzarlo a questo scopo.

Troppe chiacchiere sull’idrogeno, tanti progetti annunciati senza però che si sia visto nulla. L’energia eolica delle torri offshore e che giungerà in Sicilia dai cavidotti è una concreta possibilità per poterne utilizzare una quota per l’elettrolisi e la produzione di idrogeno verde da impiegare nei settori Hard to Abate come le cementerie o in alcuni processi di desolforazione dei combustibili. Evitiamo però di prospettare l’idrogeno come carburante per auto e navi, molto meglio, più economico e facile da gestire il metanolo che si ottiene dal biometano.

Enzo Parisi

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